domenica 11 febbraio 2018

Competenze digitali ed insegnamento dell’informatica: grande è la confusione sotto il cielo

di Enrico Nardelli

Da parecchi anni in Europa si sente parlare dell’importanza di sviluppare competenze digitali nella forza-lavoro, in modo che i vari settori produttivi e dei servizi diventino più efficaci ed efficienti. Le tecnologie digitali sono infatti uno dei fattori che più ha contribuito all’aumento di produttività degli ultimi decenni.

Sono però anche il fattore il cui ruolo nella produzione e nei servizi è più frequentemente ed estesamente frainteso. L'automazione realizzata dalle tecnologie dell'informazione comporta infatti un salto culturale e concettuale che richiede un appropriato accompagnamento e un’adeguata preparazione delle persone coinvolte.

Svilupperò pertanto in questo articolo due considerazioni legate al ruolo dell’informatica sia nei processi produttivi che nel settore educativo.

L’automazione resa possibile dall'informatica è qualcosa di molto diverso dalla tradizionale automazione industriale. Quest’ultima ha dapprima sostituito l’azione fisica delle persone con la forza delle macchine, sotto la guida delle facoltà cognitive delle persone. Poi ha meccanizzato con successo compiti burocratici di bassa complessità cognitiva: trasferire denaro da un conto ad un altro, acquistare un bene ed effettuarne il pagamento, controllare il livello delle scorte e ordinarne il rimpiazzo.

Quando sono in gioco compiti cognitivi più complessi l'automazione dell'informatica sta però tentando di sostituire l’intelligenza umana con una macchina: si tratta di un radicale cambiamento di paradigma che la società contemporanea non ha ancora pienamente assorbito e compreso.

Una delle capacità essenziali dell’intelligenza umana è l’adattabilità ai cambiamenti dell’ambiente, la flessibilità nel gestire esigenze nuove o modificate. Le persone hanno una capacità innata di evolversi per fronteggiare l’evoluzione e di imparare dagli errori. I sistemi informatici non ce l’hanno e neanche i recenti avanzamenti dei sistemi di apprendimento automatico (machine learning) sono in grado di fornirgliela o saranno in grado di farlo in un prossimo futuro.

Non basta quindi informatizzare i processi aziendali. Non è sufficiente, perché il mese dopo che i sistemi informatici sono stati installati dovranno essere modificati per adattarsi alle mutate condizioni al contorno. E questo processo di manutenzione va avanti senza fine, perché un sistema informatico non è un essere umano che si adatta alle novità ed impara dai suoi errori. L'automazione dell'informatica richiede quindi la supervisione delle persone, per ottenere quella flessibilità che non possiede in modo innato.

Delle problematiche poste da questa meccanizzazione degli aspetti cognitivi ne ho discusso più in profondità quasi dieci anni fa al convegno annuale dell’associazione degli informatici europei Informatics Europe.

Proprio per la sua profonda portata concettuale, questo tema non può quindi essere compreso appieno soltanto con qualche corso di formazione sulle competenze digitali. Tra l’altro, questo è uno dei motivi per cui la transizione all’impresa 4.0 sarà lunga e difficile: bisogna aver assorbito idee e concetti, più che conoscere strumenti ed essere abili nell’usarli.

È necessario partire da lontano ed iniziare nella scuola, ed è indispensabile farlo con una formazione seria e ben progettata. Provate ad immaginare – per fare un paragone – una situazione in cui la matematica venisse insegnata solo all’università e, avendo capito il fondamentale ruolo che svolge in una società evoluta la capacità di definire le quantità in modo esatto e manipolare in modo rigoroso le loro relazioni, dovessimo introdurre l’insegnamento del “pensiero matematico” nelle scuole. Non penso che lasciare alla libera iniziativa dei docenti la facoltà di definire cosa insegnare, quando e come, sarebbe fruttuoso per il Paese sul lungo periodo.

Proprio per la confusione un po’ dilagante in materia di insegnamento delle competenze digitali, avevamo già da tempo iniziato a ragionare come CINI (il consorzio delle più di 40 università che fanno ricerca e didattica in informatica) su come inserire la formazione informatica nella scuola italiana. Si tratta di un aspetto su cui alcuni paesi (per esempio UK, USA, Francia e Germania) sono già in fase realizzativa (per non parlare di Giappone e Corea del Sud). Solo per dare un dettaglio, negli USA l’informatica (e non il coding!) è stata inserita, alla pari delle altre discipline scientifiche e tecnologiche, tra i soggetti che devono far parte di una moderna istruzione “a tutto tondo” (well-rounded subjects). Un ruolo importante in quest’ambito educativo è svolto, nel nostro paese, dal progetto Programma il Futuro, di cui sono coordinatore. Finora (è adesso nel suo quarto anno) ha complessivamente avvicinato quasi 3 milioni di studenti ad una formazione informatica “seria” (che chiamiamo pensiero computazionale per evitare l’equivoco in cui moltissimi incorrono che insegnare l’informatica significhi insegnare l’uso degli strumenti digitali).

Nel corso del recente convegno “La cultura informatica come fattore di sviluppo”, organizzato presso la Camera dei Deputati con l'Intergruppo Innovazione, abbiamo reso pubblica la proposta della nostra comunità (più di 1500 tra professori e ricercatori in informatica e ingegneria informatica) alla presenza del MIUR. Si tratta di un documento articolato e frutto di una lunga fase di consultazione, che ha coinvolto non soltanto la nostra comunità, ma anche pedagogisti e docenti da tempo impegnati nell'insegnamento dell'informatica nella scuola.

Perché è importante insegnare l’informatica nella scuola? Prima di tutto chiariamo che non vuol dire insegnare la programmazione, (cioè il coding, come si dice adesso per essere alla moda). Non più di quanto insegnare la matematica voglia dire insegnare a fare i conti. Prendiamo le scuole elementari in cui si inizia a studiare matematica imparando la tavola pitagorica: il fine non è tanto sapere a memoria che 3x2=6 o 12:4=3, quanto capire che se 3 bambine hanno 2 caramelle ciascuna il numero totale di caramelle si ottiene con la moltiplicazione, mentre se 12 biscotti devono essere distribuiti a 4 bambine il numero di biscotti per bambina si ottiene con la divisione. Non stiamo quindi tanto insegnando uno strumento operativo, quanto una chiave di comprensione della realtà (“il pensiero matematico”).

Lo stesso vale per l’informatica, una disciplina che – come altre scienze – ha il suo particolare punto di vista sul mondo, il suo “paradigma concettuale” in base al quale descrive e spiega i fenomeni. Tale “punto di vista” è quello dei “processi automatici di manipolazione dell’informazione”. Quindi, giusto per fare alcuni esempi, così come sono concetti essenziali per un matematico la quantità e le loro relazioni o per un chimico le molecole e le reazioni, così sono concetti essenziali per un informatico quelli di algoritmo, linguaggio, automa, e così via.

Non è mai inutile sottolineare che ognuno dei grandi paradigmi scientifici (scienze umane e sociali, scienze della vita, scienze fisiche) può essere usato per descrivere la stessa realtà, ed a seconda dei casi e dei contesti uno di essi può essere quello più utile per la comprensione e la spiegazione oppure può esserlo la loro combinazione. L’informatica aggiunge un quarto grande paradigma, quello dei “processi automatici di manipolazione dell’informazione”, che permette di ottenere nuovi e utili modi per spiegare quanto accade in molti ambiti, dalla biologia all’economia, dalle relazioni sociali alla medicina.

Informatica non è quindi solo programmazione, cioè come usare un linguaggio per dare istruzioni ad un computer. È conoscere com’è fatta la macchina (l’automa) che deve comprendere le nostre istruzioni. È capire in che modo esprimere queste istruzioni (il linguaggio di programmazione). È sapere come elaborare algoritmi in grado di esprimere efficacemente le istruzioni. La nostra proposta indica uno scenario completo per l’inserimento dell’insegnamento dell’informatica nella scuola.

Anche in Europa si discute dell’importanza di questo aspetto. Basta leggere il recente rapporto sullo stato dell’insegnamento dell’informatica nelle scuole europee, preparato dalle due principali associazioni di informatici europei: Informatics Europe (di cui sono Presidente, che raggruppa dipartimenti universitari e centri di ricerca aziendali) e ACM Europe Council (Consiglio Direttivo della sezione europea dell'ACM, la maggiore associazione mondiale di professionisti e studiosi).

La sua prima e più importante raccomandazione è che tutti gli studenti devono avere accesso curriculare nella scuola alla formazione in Informatica (iniziando preferibilmente alla primaria), dal momento che questa disciplina scientifica deve far parte del bagaglio culturale di ogni cittadino della società digitale. La seconda è che, a questo scopo, è necessario formare adeguatamente gli insegnanti, in funzione dei diversi ordini di scuola.

Se ne riparlerà il 15 marzo 2018 a Bruxelles con la Commissione Europea.

LINK DI APPROFONDIMENTO

Proposta del CINI sull’insegnamento dell’informatica nella scuola https://www.consorzio-cini.it/gdl-informatica-scuola

Risultati del progetto Programma il Futuro: https://programmailfuturo.it/progetto/monitoraggio-del-progetto

Convegno “La cultura informatica come fattore di sviluppo”: https://programmailfuturo.it/notizie/cultura-informatica-fattore-di-sviluppo

Lo stato dell’insegnamento dell’informatica nelle scuole europee: http://www.informatics-europe.org/news/382-informatics-education-in-europe-are-we-on-the-same-boat.html

Perché insegnare informatica nella scuola: http://mondodigitale.aicanet.net/2017-5/articoli/MD72_02_abbiamo_davvero_bisogno_del_pensiero_computazionale.pdf

Informatica: il quarto grande dominio della scienza: https://mitpress.mit.edu/books/computing-0

Lezione per RAI Scuola “Alla scoperta dell’informatica”: https://www.programmailfuturo.it/come/alla-scoperta-dell-informatica

Informatics Europe: https://www.informatics-europe.org

ACM Europe Council: https://europe.acm.org


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Versione originale pubblicata su "agendadigitale.eu" il 24 gennaio 2018

martedì 12 dicembre 2017

MIUR chiama, CINI risponde: ma non chiamatelo coding!

di Enrico Nardelli

Poco tempo fa la ministra dell'Istruzione, Valeria Fedeli, ha dichiarato che dal 2018 il coding (cioè la programmazione informatica) verrà introdotto nelle scuole primarie.

Sull'importanza di educare i bambini fin da piccoli al "digitale" c'è vasta attenzione sui media e nella pubblica opinione, ma anche molta confusione. Da un lato ci si fa affascinare dal termine inglese (ne ho scritto recentemente) come se promettesse chissà quale mirabolante competenza ai nostri figli, dall'altro non si distingue tra gli aspetti scientifici, duraturi e formativi, e quelli tecnologici-strumentali, interessanti ma temporanei. Ne ho discusso nella versione iniziale di questo post, il cui titolo – deciso dalla redazione – ha probabilmente fuorviato il lettore. Mentre infatti l’intento era di mettere in rilievo l’importanza di insegnare l’informatica (e non soltanto la programmazione informatica), e chiamandola col suo nome e non con l’inglesismo di moda, il risultato è stato l’opposto. Diversi lettori hanno infatti contestato la necessità di insegnare a bambini e ragazzi un’abilità tipicamente lavorativa. Ritorno nel seguito su questo aspetto.

Proprio per la confusione un po’ dilagante in materia di insegnamento delle competenze digitali, avevamo già da tempo iniziato a ragionare come CINI (il consorzio delle più di 40 università che fanno ricerca e didattica in informatica) su come inserire la formazione informatica nella scuola italiana. Si tratta di un aspetto su cui alcuni paesi, per esempio UK, USA, Francia, Germania sono già in fase realizzativa. Nel nostro paese, il CINI sta portando avanti (questo è il quarto anno) il progetto Programma il Futuro, che finora ha complessivamente avvicinato quasi 3 milioni di studenti ad una formazione informatica "seria" (che chiamiamo pensiero computazionale per evitare l’equivoco in cui moltissimi incorrono che insegnare l’informatica significhi insegnare l’uso degli strumenti digitali).

In un recente convegno presso la Camera dei Deputati, organizzato con l'Intergruppo Innovazione, un gruppo bipartisan di deputati e senatori che hanno a cuore lo sviluppo del Paese al di là degli steccati ideologici, abbiamo reso pubblica la proposta della nostra comunità (più di 1500 tra professori e ricercatori in informatica e ingegneria informatica) alla presenza del MIUR. Si tratta di un documento articolato e frutto di una lunga fase di consultazione, che ha coinvolto non soltanto la nostra comunità, ma anche pedagogisti e docenti da tempo impegnati nell'insegnamento dell'informatica nella scuola.

Il documento è stato discusso durante il convegno con pedagogisti e filosofi, nonché con rappresentanti del mondo imprenditoriale, dal momento che la formazione informatica ha un impatto sia culturale che professionale.  Invito a rivedere il video dell'evento per cogliere la multidisciplinarietà degli interventi, tutti di eccellente livello.

Prima della discussione della proposta ho presentato un recente rapporto sullo stato dell’insegnamento dell’informatica nelle scuole europee, preparato dalle due principali associazioni di informatici europei: Informatics Europe (che raggruppa dipartimenti universitari e centri di ricerca aziendali) e ACM Europe Council (Consiglio Direttivo della sezione europea dell'ACM, la maggiore associazione mondiale di professionisti e studiosi).

La sua prima e più importante raccomandazione  è che tutti gli studenti devono avere accesso curriculare nella scuola alla formazione in Informatica (iniziando preferibilmente alla primaria), dal momento che questa disciplina scientifica deve far parte del bagaglio culturale di ogni cittadino della società digitale. La seconda è che, a questo scopo, è necessario formare adeguatamente gli insegnanti, ovviamente in modo diverso per i diversi ordini di scuola. Se ne riparlerà il 15 marzo 2018 a Bruxelles con la Commissione Europea.

Ritorno adesso a discutere brevemente cosa vuol dire insegnare informatica nella scuola e perché sia importante. Potete trovare una trattazione più estesa in questo articolo apparso sulla rivista Mondo Digitale dell’AICA. Prima di tutto chiariamo che NON vuol dire insegnare la programmazione. Non più di quanto insegnare la matematica voglia dire insegnare a fare i conti. Prendiamo le scuole elementari in cui si inizia a studiare matematica imparando la tavola pitagorica: il fine non è tanto sapere a memoria che 3x2=6 o 12:4=3, quanto capire che se 3 bambine hanno 2 caramelle ciascuna il numero totale di caramelle si ottiene con la moltiplicazione, mentre se 12 biscotti devono essere distribuiti a 4 bambine il numero di biscotti per bambina si ottiene con la divisione. Non stiamo quindi tanto insegnando uno strumento operativo, quanto una chiave di comprensione della realtà (“il pensiero matematico”).

L’informatica è una disciplina che, come altre scienze, ha il suo particolare punto di vista sul mondo, il suo “paradigma concettuale” in base al quale descrive e spiega i fenomeni. Tale particolare “punto di vista” è quello dei “processi automatici di manipolazione dell’informazione”. Quindi, giusto per fare alcuni esempi, così come sono concetti essenziali per un matematico la quantità e le loro relazioni o per un chimico le molecole e le reazioni, così sono concetti essenziali per un informatico quelli di algoritmo, linguaggio, automa, e così via.

Non è mai inutile sottolineare che ognuno dei grandi paradigmi scientifici (scienze umane e sociali, scienze della vita, scienze fisiche) può essere usato per descrivere la stessa realtà, ed a seconda dei casi e dei contesti uno di essi può essere quello più utile per la comprensione e la spiegazione oppure può esserlo la loro combinazione. L’informatica aggiunge un quarto grande paradigma, quello dei “processi automatici di manipolazione dell’informazione”, che permette di aggiungere nuovi e utili modi per spiegare quanto accade in molti ambiti, dalla biologia all’economia, dalle relazioni sociali alla medicina.

Informatica non è quindi solo programmazione: questa è usare un linguaggio per dare istruzioni ad un computer. Serve capire com’è fatta questa macchina (l’automa) che deve comprendere la nostre istruzioni. Serve anche capire in che modo esprimere queste istruzioni (il linguaggio di programmazione). Serve sapere come elaborare algoritmi in grado di esprimere efficacemente queste istruzioni. La nostra proposta indica uno scenario completo per l’inserimento dell’insegnamento di questa disciplina nella scuola italiana.

Ritorniamo adesso a parlare dell’evento presso la Camera dei Deputati in cui si è discusso dell’importanza dell’informatica sia nella scuola che nel mondo del lavoro.

Alcune istantanee della prima tavola rotonda sulla proposta CINI: si è evidenziato come l'informatica conduca a costruire strumenti che cambiano la percezione della realtà (Simone Martini), richiamato l'importanza di insegnare informatica senza che poi l'uso degli strumenti conduca a perdere la dimensione del "noi" e della "realtà" (Italo Fiorin), ricordato che apprendere strumenti che rendono facili le cose senza faticare per apprendere il come e il perché essi funzionino sia solo un'illusione di formazione (Giovanni Salmeri).

Nella seconda, si è da un lato ricordata ed apprezzata l’azione legislativa di supporto allo sviluppo digitale delle imprese italiane, e dall’altro convenuto di avviare un tavolo di confronto tra università e imprese affinché, nel rispetto del diverso orizzonte temporale con cui esse operano, si definiscano soluzioni formative che preparino ad essere attivi professionalmente per tutta la vita lavorativa e, al tempo stesso, aiutino rapidamente le aziende in questa epocale trasformazione sociale.

Ricordo sempre che l’automazione produttiva derivante dall’informatica (la cosiddetta “impresa digitale”) è radicalmente diversa dalla tradizionale automazione industriale. Quest’ultima è stata essenzialmente la sostituzione dell’azione fisica delle persone con la forza delle macchine, sotto la guida delle facoltà cognitive delle persone. L’automazione digitale è invece la sostituzione delle capacità cognitive dell’uomo con una macchina, che però non sarà mai intelligente come un essere umano, anche se elabora dati molto più velocemente.

È un problema culturale: se non si capisce quanto profondamente questo è vero, nessuna innovazione digitale produrrà davvero gli effetti sperati.

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Versione originale pubblicata sul "Il Fatto Quotidiano" il 20 dicembre 2017

mercoledì 1 novembre 2017

Digital hygiene: basic rules of prevention

di Isabella Corradini e Enrico Nardelli

Digital hygiene, a weird title. If taken literally, it would imply cleaning our digital instruments. Maybe we should talk about it, as mobile phones, smartphones and tablets are now part of the human body and we take them everywhere, since we both need them and are addicted to them (worthless to deny it), and their cleaning is not always treated with the same attention we use for ourselves.

Actually, we are talking about hygiene in the traditional sense. Hygiene rules have been taught since our childhood and they are one of the prevention measures that have most contributed over the last two centuries to lengthen the average life span. But in the digital world it is not so usual to hear these words. People sometimes use the expression digital hygiene to refer to how they relate to others in social networks or how not to become slaves of their own devices, but that’s not our interpretation.

In our view, this expression has instead to be used in a way similar to what happens in the physical world, where hygiene norms are appropriate for preventing illness. Here, the discovery by Hungarian physician Ignaz Semmelweis was crucial in the mid-nineteenth century, and thousands of women’s lives were saved. He observed that, washing his hands after an autopsy and before assisting women in labour, the frequency of their mortality was enormously reduced. Hence, washing one’s own hands became the fundamental ritual before starting surgical operations. This didn’t happen overnight, though, since it took a few decades – as is sometimes the case – for this discovery to be accepted and spread.

By extension, it became one of the basic tenets taught to all children: “Wash your hands ” is still the rule before going to the table and, more generally, whenever one comes home. The fundamental motivation is that “out there” there is a world that can be hostile because of microbes and infections, and it’s important to take countermeasures.

While in the physical case this message is widely accepted and socially shared, unfortunately the digital version of the same prevention message is less immediate. For example, how many people are still inserting unknown USB sticks or opening unknown attachments on their devices (PCs, tablets, or smartphones) without being aware that they can be infected?

The analogy is entirely true: the digital world is populated by “life forms” that are not always benign towards our “digital self”. Viruses and worms, for example, continue to spread at an alarming rate, and current precautions do not seem to be sufficiently effective.

A partial justification is that the evolution of these digital organisms has proceeded at an elusive speed for humans. For traditional physical hygiene rules the present generation has benefitted from their parents’ education, while for digital hygiene we have not yet developed the adequate “sensors”.

Of course, digital hygiene rules can be annoying, and even limit our range. Some people would say that they are obvious and it is pointless to repeat them. Not so, since there are still people who insert pen drives into their computers without thinking.

Terminology used in the digital context does not help to understand the importance of these rules. In fact, using words like “virtual” or prefixes like “cyber” drives people away from a real perception of physical dangers, so they think that digital hygiene standards are irrelevant.

Probably the best way to make people understand, accept and apply the digital hygiene rules is to establish a connection to the analogous hygiene rule in the physical world. People could thus better understand that what happens in their PCs and their mobile devices is not virtual but real, as its consequences are.

People’s awareness could just start from here.


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Article first published on BroadBand4Europe, October 18th, 2017.

There is also an italian version.

venerdì 20 ottobre 2017

Dal coding a Borges

di Enrico Nardelli

In questa ripresa autunnale delle attività del mondo dell’istruzione si va diffondendo, dalla scuola all’università, il concetto che il coding (cioè la programmazione informatica) sia il nuovo inglese.

Ha iniziato la Bocconi, imponendo a tutti gli studenti della triennale l’esame di programmazione. Ho stigmatizzato più di tre anni fa la sciatteria linguistica dell’usare un termine inglese al posto dell’equivalente italiano. Non sono stato né il primo né l’ultimo, ma ci tengo a ribadire che usare la nostra lingua significa sostenere la nostra identità sociale e culturale. E le identità sono importanti per rispettare le differenze. La biologia e la fisica da milioni di anni ci insegnano che solo dalla differenziazione nasce la ricchezza dei sistemi.

Diversi giornali hanno ripreso e rilanciato questo concetto, comunicativamente molto semplice, ma concettualmente del tutto sbagliato, ed hanno invocato l’introduzione del coding anche nelle scuole. Spiegherò in modo sintetico perché questa formulazione sia errata.

Poiché la programmazione informatica consiste nel dare istruzioni ad un computer, può sembrare che imparare un linguaggio di programmazione sia la stessa cosa dell’imparare una nuova lingua. Così come con circa un miliardo di persone che parlano cinese o inglese ha senso imparare una di queste lingue, così con diversi miliardi di oggetti tecnologici al mondo che sono computer sembra utile imparare “la lingua dei computer”.

Il problema è che la lingua è solo lo strumento mediante il quale viene espresso il pensiero. Non essendo un linguista, non discuto se l’ipotesi di Sapir-Worf (la lingua parlata condiziona il sistema cognitivo del parlante) sia vera o meno. Ma è ben chiaro a tutti che non è tanto il sapere l’inglese che determina il successo di un imprenditore o di un professionista, quanto le sue competenze e abilità nel suo specifico campo.

Non basta quindi conoscere un linguaggio di programmazione per capire e comprendere il mondo digitale. È illusorio e sbagliato pensarlo. Così come un’espressione linguistica è solo una rappresentazione del pensiero, così un programma informatico è solo la forma mediante cui rendiamo concreto il “modo di pensare di un informatico”, cioè il pensiero computazionale.

Ciò che quindi dovrebbe essere insegnato, nelle scuole ancor prima che nelle università, è la disciplina che favorisce lo sviluppo di questo modo di pensare, cioè l’informatica. Questo è necessario per comprendere le basi scientifiche del mondo digitale, per sapersi orientare nella società odierna in modo più informato e competente.

Però il lettore fedele, o quello critico che si pone la domanda «ma vediamo un po’ che ha scritto il Nardelli su questo tema» e fa un po’ di ricerca, potrebbero obiettare: «scusa, ma tu stesso hai parlato del Pensiero computazionale come nuovo linguaggio per la descrizione del mondo e di Informatica: il nuovo latino che tutti amano». Non sono linguaggi?

Purtroppo la comunicazione umana è terreno estremamente scivoloso. Un’espressione può essere in certi casi uno scalpello che incide esattamente il profilo voluto, ma in altri casi può assumere significati estremamente diversi. Quest’ultimo può essere un vantaggio che permette di ottenere un vasto consenso, ma si trasforma in debolezza quando si tratta di assumere basi condivise e concordare azioni comuni. Il mondo della conoscenza scientifica utilizza un linguaggio matematico proprio perché è l’unico che apporta solo benefici, senza danni. Nella comunicazione tra persone non c’è alternativa alla discussione serena ed argomentata.

In quei precedenti articoli ho usato il termine “linguaggio” nel significato con cui spesso si usa il termine “matematica” per denotare un “linguaggio” in grado di descrivere con assoluta esattezza quantità e relazioni. Per usare termini un po’ filosofici, ho usato “linguaggio” come sinonimo di “paradigma epistemologico”. Detto in parole povere, come sinonimo di “chiave per la lettura della realtà”. Quindi dicendo che “il pensiero computazionale fornisce un nuovo linguaggio per la descrizione del mondo” sto dicendo che mediante di esso è possibile descrivere alcuni fenomeni “come se” fossero delle computazioni. Non è detto che lo siano effettivamente, ma attraverso l’informatica si hanno nuovi e utili modi per analizzare e spiegare la realtà. Un esempio lampante è la descrizione dei processi biologici a livello molecolare: il meccanismo di replicazione del DNA può anche essere visto “come se” fosse una computazione, e questo ha offerto enormi vantaggi per la sua comprensione. Anche in economia e in sociologia si trovano esempi dell’utilità dell’approccio informatico.

Ritorno sull’importanza di insegnare già nella scuola “come pensa un informatico” con un esempio preso dalla matematica. Nelle elementari insegniamo “a far di conto” non tanto perché il fine sia imparare 3x2=6 o 12:4=3, cioè la tavola pitagorica, quanto perché è importante che il bambino capisca che se 3 bambine hanno 2 caramelle ciascuna il numero totale di caramelle si ottiene con la moltiplicazione, mentre se 12 biscotti devono essere distribuiti a 4 bambine il numero di biscotti per bambina si ottiene con la divisione. Non stiamo quindi tanto insegnando uno strumento operativo, quanto una chiave di comprensione della realtà (“il pensiero matematico”).

E perché andrebbe insegnata nella scuola? potrebbero chiedere altri lettori, osservando che bambine e bambini sono ormai tutti nativi digitali che già parlano “la lingua dei computer”. Ho già spiegato che non si tratta di insegnare un linguaggio ma un modo di pensare.

Inoltre, come aveva già evidenziato Giorgio Israel, l’espressione “nativi digitali” indica semplicemente coloro che sono nati in una società digitale. Estendere tale denotazione a suggerire una loro capacità di comprensione “innata” di tale mondo è una delle insidie della comunicazione di cui dobbiamo essere avvertiti. Soprattutto se parliamo della maggioranza della popolazione scolastica e non ci facciamo abbagliare dalle eccezioni che sono quelle che più facilmente trovano spazio sui mass media.

I ragazzi, grazie anche alla maggiore quantità di tempo a disposizione rispetto agli adulti e ad una curiosità ancora vivissima, spesso riescono con questi dispositivi a sorprenderci. Però, la comprensione che hanno di una tecnologia più complessa di qualunque altra costruita dall’uomo è solo apparente, in assenza di un’adeguata istruzione. Chiedete nelle scuole la differenza tra Google (il motore di ricerca) ed Internet e vedrete. Per carità, gli esseri umani sono così intelligenti che possono usare il mondo intorno a loro anche senza una spiegazione razionale completa di come funziona, ma in questo caso non si tratta di un “libro della natura” difficile da leggere, ma di un’infrastruttura tecnologica estremamente complessa, costruita da persone per le persone, in cui l’alternativa è tra creare il proprio futuro o farselo imporre.

A questo si aggiunge la difficoltà, per precise scelte di mercato dei produttori dei dispositivi informatici moderni, di “mettere le mani in pasta” per “vedere che accade se”. Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, il tessuto produttivo del Paese è stato riscostruito anche grazie al fatto che una gioventù intraprendente poteva smontare, studiare e rimontare macchinari, per riprodurli e migliorarli. Tutto questo è impossibile con le soluzioni “chiavi in mano” degli strumenti smart di oggi ed è uno dei motivi per i quali, invece soluzioni “aperte” sia a livello hardware (tipo Arduino) che software (tipo Linux) dovrebbero essere lo standard assoluto per la scuola.

Concludo osservando che non è solo la complessità della tecnologia che sfugge ai cosiddetti “nativi digitali” e non può essere conseguita da un semplice corso di coding. Il “pensare come un informatico”, cioè il possedere quegli strumenti intellettuali che rimangono dopo aver studiato informatica, è necessario per capire che l’automazione produttiva derivante dall’informatica (la cosiddetta “impresa digitale”) è radicalmente diversa dalla tradizionale automazione industriale.

Quest’ultima è stata essenzialmente la sostituzione dell’azione fisica delle persone con la forza delle macchine, sotto la guida delle facoltà cognitive delle persone. L’automazione digitale è la sostituzione dell’intelligenza umana con una macchina: si tratta di un drammatico cambiamento di paradigma che la società contemporanea non ha ancora pienamente assorbito e compreso. Una delle capacità essenziali dell’intelligenza umana è l’adattabilità ai cambiamenti dell’ambiente, la flessibilità nel gestire esigenze nuove o modificate. Le persone hanno una capacità innata di evolversi per fronteggiare l’evoluzione e di imparare dagli errori. I sistemi informatici non ce l’hanno.

Riprendendo una metafora introdotta da Umberto Eco, i sistemi informatici sono come quel “Funes el memorioso” descritto da Jorge Luis Borges, che era in grado di ricordare e correlare ogni più minimo dettaglio della sua esistenza ma quasi incapace di idee generali, di pensare. In un mondo in cui non è più necessario ricordare, perché ogni informazione è facilmente reperibile, in cui la manipolazione di simboli può essere ripetuta a velocità fantastica ed a costi irrisori, la capacità di porsi le giuste domande e di trovare soluzioni innovative è ciò che farà la differenza. L’informatica (la scienza, non la tecnologia) è una (non l’unica) palestra potente. L’istruzione umanistica è un’altra.

Senza esaltare né demonizzare l’uso delle tecnologie digitali in classe, scenario complesso da affrontare con un approccio critico-problematico, è bene ricordare che vi sono evidenze scientifiche che la disponibilità di strumenti che ci consentono di essere sempre connessi disturba le capacità cognitive (il cosiddetto effetto brain drain). Non è un caso che in quella Silicon Valley le cui invenzioni hanno reso il futuro presente, da molti anni ormai i figli della classe dirigente studiano in scuole senza smartphone né tablet ma con libri di carta e laboratori.


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Versione originale pubblicata su "Il Fatto Quotidiano" il 17 ottobre 2017.

sabato 15 luglio 2017

Quanto ne sanno i consumatori di intelligenza artificiale?

di Isabella Corradini

Non c’è dubbio che il tema dell’Intelligenza Artificiale (IA) sia oggetto di grande interesse e di numerosi dibattiti. Le sue potenzialità sono di particolare attrattività per il mondo aziendale in quanto potrebbero rivoluzionare il modo di erogare i servizi alla clientela, e non solo. Ma cosa ne pensano i consumatori?

Nell’ambito di uno studio globale condotto su 6.000 soggetti adulti da Pegasystems, società operante nell’ambito delle soluzioni di Customer Engagement, è emerso un quadro interessante. In particolare, prevale un sentimento di “confusione” nell’interagire con l’IA. Ad esempio, solo il 34% del campione ha dichiarato di averne avuto esperienza diretta, per poi scoprire che in realtà fa già uso nel quotidiano di diversi dispositivi e servizi basati sull’Intelligenza Artificiale.
In questo modo la percentuale sale all’84%. In generale, comunque, dallo studio





emerge, allo stato attuale, una scarsa consapevolezza dei consumatori su cosa sia effettivamente l’Intelligenza Artificiale e sulle sue funzionalità. Se ne parla molto, ma un conto è parlarne da esperti, un conto è spiegare l’IA agli utenti, non sempre padroni del linguaggio tecnologico.

Si tratta di un punto basilare, dal quale può dipendere il comportamento di diffidenza o di apertura verso l’Intelligenza Artificiale. Da un lato, infatti, più del 70% del campione intervistato nutre un certo timore nei confronti dell’AI, dall’altro invece, il 68% dichiara la disponibilità a sperimentarne di più, se ciò dovesse facilitare la vita di tutti i giorni, ad esempio facendo risparmiare tempo e denaro. Diventa dunque indispensabile informare correttamente i consumatori sul tema; e magari dovrebbero essere proprio le imprese a farlo, sia per il fatto che stanno investendo molto in questo campo, sia perché la diffusione di prodotti e servizi è comunque legata al senso di fiducia dei consumatori.

A questo punto, però, sarebbe opportuno attivarsi per una maggiore chiarezza non solo riguardo ai vantaggi dell’IA, ma anche ai possibili rischi. Insomma, far conoscere la reale portata del cambiamento permetterebbe alle persone di decidere, e questa volta con consapevolezza.

Pubblicato su Bancaforte l'8 giugno 2017.