mercoledì 2 novembre 2016

Smart working, più agilità, meno fisicità


di Isabella Corradini

Una volta si parlava di telelavoro. Oggi si parla di smart working, modalità lavorativa cosiddetta "agile" che trova fondamento su due parole chiave: flessibilità e tecnologia. La riorganizzazione del lavoro mediante l'impiego delle tecnologie è tesa a favorire, da un lato, la riduzione dei costi fissi per l'azienda, e dall'altro una maggiore possibilità di conciliare tempi di lavoro con quelli privati.
Allo stato attuale le tecnologie permettono il superamento di qualsiasi barriera fisica e temporale, favorendo modalità lavorative sempre più innovative. Si pensi, ad esempio, alle teleconferenze via Internet, una pratica ormai costante per aziende e professionisti.

Lo smart working è oggi una realtà in graduale crescita. Secondo uno studio della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2015 il 17% delle grandi imprese italiane ha sperimentato progetti di smart working.


Uno studio realizzato da Vodafone, Flexible Work: Friend or Foe?,ha esaminato l'applicazione del lavoro flessibile nelle imprese e la percezione dei lavoratori, coinvolgendo una popolazione di 8.000 individui in 10 paesi. Dalla ricerca emerge che il 75% delle aziende ha introdotto politiche di lavoro flessibile, mettendo in luce differenze significative sia per ciò che attiene gli approcci seguiti dai diversi paesi, sia differenze generazionali.


Secondo una classifica stilata da Flexjobs, un sito specializzato nell'offerta di opportunità lavorative da remoto, in una lista delle migliori 100 aziende dedite alle modalità di lavoro flessibile, ad aggiudicarsi le prime tre posizioni sarebbero LiveOps, Teletech e Amazon.


Lo smart working costituisce senza dubbio un approccio interessante, e probabilmente adatto alle attuali esigenze organizzative. Tuttavia ogni cambiamento della realtà lavorativa, in quanto tale, richiede necessariamente un accompagnamento culturale. Se, infatti, alcune realtà hanno già sperimentato (o sono pronte a sperimentare) progetti di smart working, altre sono ancora poco sensibili ad abbandonare il concetto di "fisicità" del lavoro. Senza contare che la scarsa confidenza con i dispositivi tecnologici rappresenta ancora un ostacolo da superare per poter attivare il lavoro flessibile.

C'è inoltre da considerare l'elemento umano, a proposito del quale alcune riflessioni sono doverose. Di certo la gestione in proprio degli orari lavorativi costituisce un vantaggio, così come il risparmio di tempo trascorso su mezzi di trasporto per il raggiungimento del proprio luogo di lavoro. Conciliare vita privata e lavorativa costituisce, infatti, un obiettivo irrinunciabile. Al contempo è però necessario adattarsi ad un nuovo concetto di postazione lavorativa caratterizzata da spazi sempre più aperti, senza assegnazioni fisse, riduzione all'osso dei documenti cartacei, utilizzo di dispositivi di dimensioni limitate, pochi contenitori per gli oggetti personali.

Si tratta di un ambiente di lavoro meno fisico, ottimizzato nell'uso per l'azienda, ma certamente più anonimo per l'individuo. Non si può, quindi, fare a meno di pensare ad una "spersonalizzazione" degli spazi di lavoro che, vissuti quotidianamente, tendono generalmente a produrre una percezione di familiarità e di sicurezza, stimolando una sorta di identificazione con il contesto e il sentimento di appartenenza. Inoltre, per quanto utili siano le modalità comunicative come chat aziendali e collegamenti da remoto, non vi è certezza che esse siano in grado di sviluppare il senso di squadra, almeno come ci si è abituati a pensarlo fino ad oggi.

La ricerca sul campo nei prossimi anni a venire potrà svelarci vantaggi e svantaggi dello smart working che indubbiamente rappresenta una sfida, culturale prima ancora che organizzativa.

Pubblicato su Bancaforte il 13.10.2016

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